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C’è poco da fare. E dopo decenni in cui il cinema americano ci ha abituato ad esplosioni e botti di tutti i tipi Segnali dal futuro doveva trovare un modo diverso e personale per differenziare i suoi grandi incidenti rivelatori di un futuro tragico dalle più generiche catastrofi all’americana.Proyas questo modo l’ha trovato in un approccio che parte dal documentarismo (“La macchina da presa deve stare lì sul luogo come se ci fosse capitata mentre l’evento si verifica. Niente 3D e solo macchina a mano”) ma arriva subito al cinema utilizzando piani sequenza, componendo le immagini drammaturgicamente e cercando sempre di tenere teso il filo della storia anche quando si mostra unicamente il disastro nel suo verificarsi.Dato però l’indispensabile utilizzo di una valanga di ritocchi ed aggiunte digitali per scene imponenti come il disastro aereo che avviene a poche centinaia di metri da dove si trova il protagonista o il deragliamento del treno, un grande vantaggio l’ha dato il fatto che il film è stato girato con la Red One, la camera digitale migliore disponibile al momento.

La vena artistica di Olivier Assayas è molto simile a diversi capillari. Nella sua poetica scorrono parallelamente l’acume della scrittura, la potenza della cinepresa e l’ispirazione del rock come sottofondo costante. Il suo cinema è una continua convivenza di spiriti opposti, di spinte reazionarie al sistema degli obblighi e delle imposizioni.

Mettere due storici attori del “ring” insieme per combattere un ultima stanca battaglia non basta per confezionare un buon film. Ne la massima prova questo lungometraggio di Peter Segal che prova a sfruttare l ormai sbiadita di due attori saturi dei successi degli anni passati nelle rispettive pellicole sportive “Rocky” per Stallone e “Toro scatenato” per De Niro, ma il gi povero preambolo non per niente sorretto da una sceneggiatura solida bensi da un di ricordi che trascina lo spettatore in un vortice di malinconia insostenibile. Il film si trascina sciatto e senza idee per tutta la sua durata, non accenna nemmeno per un attimo a spiccare il volo e nemmeno ci prova.

Kong non è più protagonista e non è più muto, mentre lo è Fon, impossibile oggetto d’amore e strumento di redenzione; Joe si chiama ancora Joe ma è tutt’altro, un killer straniero (nel senso di non thailandese) in cerca dell’ultimo colpo, cliché consunto della luce in fondo a un tunnel che pare non finire mai. Un tocco di crepuscolo noir e un rimescolamento delle carte che tengono viva l’attenzione e conferiscono un senso all’operazione, anche perché Cage curiosamente protagonista quest’anno di un altro falso remake, il geniale Cattivo tenente herzoghiano è perfetto per la parte di (anti )Castor Troy, nemesi di un’icona da lui stesso plasmata. Ma lo stucchevole ancorarsi frame per frame all’originale la sparatoria fra i boccioni d’acqua, il ring finisce per annegare il potenziale effetto amarcord in un malinconico immobilismo creativo.

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